NEL TEATRO VERDI DI PORDENONE INAUGURATA OGGI SABATO 15 MARZO LA 31a EDIZIONE DEL FESTIVAL DEDICA ALLO SCRITTORE IRANIANO/OLANDESE KADER ABDOLAH
Il Teatro Verdi di Pordenone sold out ha accolto oggi Kader Abdolah, scrittore iraniano naturalizzato olandese protagonista della 31a edizione del festival Dedica, che fino al 22 marzo prevede undici appuntamenti dedicati alla sua opera. Sul palco del Comunale, l’inaugurazione della rassegna, il primo grande evento dell’anno dopo la proclamazione di Pordenone Capitale della cultura 2027, ha visto susseguirsi gli interventi del Curatore del festival Claudio Cattaruzza, del Vice Presidente della Regione Mario Anzil e del Sindaco di Pordenone Alberto Parigi, che ha consegnato all’autore il Sigillo della Città.
Kader Abdolah, che in mattinata aveva fatto visita ad alcune librerie pordenonesi e incontrato la stampa, è stato poi intervistato in teatro dal critico letterario Alessandro Zaccuri, che ha toccato tutti i temi della sua opera e del suo mondo.
«L’Islam che amo non è quello dei sovrani sauditi o degli ayatollah iraniani, ma quello che si nutre di letteratura, narrazione e umanità», ha dichiarato fra le altre cose lo scrittore. «La religione non è la chiesa o la moschea, ma una necessità purissima dell’essere umano, non un sistema di potere».
Al centro del festival anche Il Messaggero. Muhammad il Profeta, nuova edizione italiana del suo libro, che sarà presentato il 20 marzo. «Maometto – ancora Kader – mi affascina, ma come uomo: un sognatore, un narratore, un uomo che amava la donna, il cibo, capace di creare una narrazione per cambiare la società», ha detto Abdolah, che considera la Torah, la Bibbia e il Corano «le più grandi creazioni letterarie della storia».
Il tema del ritorno a casa, centrale nella letteratura persiana, è un nodo irrisolto per Abdolah. «Non ho il permesso di tornare in Iran, ma anche se potessi, cosa troverei? La mia casa non esiste più. Ho capito da tempo che la vera casa è la lingua: per gli italiani è Dante, per me è Rumi, il Corano, Le mille e una notte».
Riflettendo sul suo percorso di scrittore, Abdolah ha raccontato la sua esperienza di migrante: «Sono fuggito con le mani vuote, ma non mi rendevo conto che portavo con me un bagaglio di cultura, lingua, religione letteratura. Quando ho iniziato a scrivere in olandese, dopo sei mesi, facevo ancora migliaia di errori. Il mio primo libro, dopo tre anni di permanenza in Olanda, fu una sorpresa per la stampa: avevo inventato una nuova prosa olandese, senza saperlo, proprio grazie a quel bagaglio».
Per Abdolah, la letteratura e l’immaginazione sono strumenti essenziali per affrontare i tempi difficili. «Quando l’essere umano ha iniziato a raccontare storie, ha acquisito la capacità di immaginare il futuro e renderlo possibile. La narrazione è il dono più grande che Dio ha dato all’umanità».
Oggi, Abdolah sta lavorando a un nuovo romanzo di 400 pagine, ambientato nei Paesi Bassi durante la Seconda guerra mondiale. «Ho sempre avuto paura di essere uno scrittore olandese. Ora, io che vengo definito da sempre un autore iraniano/olandese, per la prima volta sto raccontando una storia interamente olandese. E questo mi spaventa ancora di più».